 Nel cuore antico e misterioso di una Napoli orami stanca, sorge il complesso del Madre, museo di arte contemporanea la cui struttura viva e moderna e le candide mura quasi stonano con ciò che vive attorno… Dal terzo piano dell’edificio mi affaccio osservando quella Napoli che si vede spesso nelle cartoline: palazzi bassi decadenti, ragazzini indisciplinati che giocano a pallone tra i vicoli, vecchie signore che urlano, lenzuola e vestiti colorati appesi ai balconi da sembrare da lontano “opere d’arte” che fanno quasi concorrenza a quelle studiate e ricercate all’interno del museo.
E’ questo contrasto che mi ha colpito, che mi ha fatto assaporare ancora meglio la modernità delle opere del Madre. L’ultimo piano ospita un’esposizione temporanea; in questo periodo Alighiero Boetti. I primi due piani, invece, ospitano sempre, seguendo un percorso cronologico, varie opere contemporanee di artisti stranieri e, poche, di artisti italiani. Mi soffermo però sull’artista che in questi mesi “occupa” tutto l’intero ultimo piano con i suoi disegni, le sue opere tridimensionali, gli arazzi ricamati… Artista italiano complesso e poliedrico, la cui attitudine all'arte ha influenzato differenti generazioni e ha lasciato un’importante eredità nelle opere di artisti stranieri. Il suo lavoro mette in discussione il ruolo tradizionale dell’artista; spesso piattaforma delle sue scelte sono la geografia, la matematica, la geometria, i servizi postali, inglobando nelle “immagini” anche frasi e motti, inventati dall’artista stesso. Durante il percorso nel museo infatti, sulle pareti, ci si può soffermare a leggere le sue frasi e i suoi pensieri, per “fare una migliore conoscenza e tendergli la mano”: « Ci sono cinque sensi e il sesto è il pensiero ovvero la cosa più straordinaria che l'uomo possieda, e che non ha niente a che vedere con la natura. Per cui se io devo dire quali sono state le grandi emozioni della mia vita, confesso che non sono state di ordine naturale[…]», e ancora « Vorrei parlare del vento: questa forza che[…] movimenta e trasporta, che rende leggere anche le cose pesanti. Il vento è un attimo di grazia. Le forme create dal vento sono sempre delle forme di energia, di movimento[…]». Compiuti poi una serie di viaggi nel mondo, il Boetti sperimenta ed inizia le sue opere in tessuto, ricama, utilizzando colori luminosi, carte geografiche e bandiere. Intraprende in seguito una riflessione sulla sua personalità che sente “doppia” a tal punto poi da firmarsi “Alighiero e Boetti”, a rappresentare proprio lo sdoppiamento della sfera privata e di quella pubblica; scrive, infatti: «Il doppio è l’unità mancante. Quella non c’è mai. O c’è la metà o il doppio. In definitiva poi questo meccanismo l’ho usato in molti miei lavori, anche nei lavori come il mio nome e il mio cognome. Invece di uno, metto mezzo e con questo piccolo intervento, linguisticamente, già diventano due persone. Diventano così reali che persone che non hanno contatti con me pensano veramente che io abbia un fratello gemello [...]». Sul tema del sé e dell’altro insiste, con una serie di fotografie scattate in Guatemala; continua il ciclo di opere variopinte e prepara mostre in Francia, a New York e a Rio de Janeiro. Inaugura con successo, nonostante gli sia stato diagnosticato un tumore, l’ultima sua esposizione nel 1994, anno in cui a Roma si spegne il suo genio. Mostre postume lo omaggiano; ultima cronologicamente proprio questa “2009 ALIGHIERO & BOETTI. Mettere all’Arte il Mondo.”al Madre. Difficile sembra inquadrare tale artista nelle poche parole di questo articolo. A volte comprendere l’arte nelle sue più strane e dissimili forme può essere faticoso, ma tentare coscientemente anche solo a sfiorarla con lo sguardo non è mai una cosa vana…
Claudia Ascione, June
Territori Occupati
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1. Scritto da marco, il 08-05-2009 11:14
Grazie Claudia. |
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